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giovedì, 23 luglio 2009 Here's a llama
there's a llama and another little llama fuzzy llama funny llama llama llama duck llama llama cheesecake llama tablet brick potato llama llama llama mushroom llama llama llama duck i was once a treehouse i lived in a cake but i never saw the way the orange slayed the rake i was only three years dead but it told a tale and now listen, little child to the safety rail did you ever see a llama kiss a llama on the llama llama's llama tastes of llama llama llama duck half a llama twice the llama not a llama farmer llama llama in a car alarm a llama llama duck is THIS how it's told now? is it all so old? is it made of lemon juice? doorknob ankle cold now my song is getting thin i've run out of luck time for me to retire now and become a duck Emesso nell'etere dal There venerdì, 16 gennaio 2009 Nel mio piccolo, voglio ringraziare e salutare Patrick McGoohan. E se nel fare questo lo farò conoscere anche a una sola persona che non aveva idea di chi fosse prima di adesso, mi potrò dire soddisfatto. Mi potrò dire soddisfatto anche se riuscirò a far ricordare l'atmosfera che si assaporava nel Prigioniero a quanti lo conoscono e, come me, se ne sono innamorati perdutamente.
Purtroppo io non ho avuto la fortuna di vedere "The Prisoner" (si, quello degli Iron Maiden, quello che tanto a ispirato e a cui tanto poco ci si è avvicinato) quando è stato messo in onda la prima volta. Alla fine degli anni '60. Con quel suo amore per l'assurdo, intriso di controcultura sixties, per il leggero senso di inquietudine che faceva serpeggiare, per l' atmosfera di complotto certo e imminente, ma mai rivelato, pieno di cose che no, se te l'avessero chiesto non saresti stato in grado di spiegare perchè fossero così, ma eri sicuro che dovevano essere in quella maniera. Sicuro come che le sfere bianche e lattiginose ti raggiungono, se provi a scappare. Penso che sarebbe fargli un torto provare a spiegare quel telefilm. Io ringrazio mio papà, che a sua volta l'aveva visto da ragazzino, per quelle diciassette intense mezz'ore che mi ha permesso di gustare. Ma ringrazio Patrick McGoohan, che ha dato vita a questo scorcio surreale e memorabile. Non posso che essere rattristato dalla notizia della sua scomparsa, quasi fosse qualcuno che conoscessi di persona, e abbastanza bene. Ma non posso non sperare, almeno per un attimo, che le cose non siano andate come sono andate; che forse, rincasando, dopo essere andato a litigare con la direzione e a dare le sue irose dimissioni, sia stato seguito da qualcuno, con la bombetta e l'ombrello; che forse, stia riaprendo gli occhi in una stanza mai vista prima, in un paesino su di un isola dove tutti vestono colorati, e girano con biciclette ottocentesche; che forse, stia spiegando ad una voce diffusa da altoparlanti nascosti, che in un mondo dove tutti sono numeri, lui non è un numero, ma un uomo libero. ![]() Patrick McGoohan 1928 - 2009 Vi saluto, state bene.
Non me ne voglia www.hollywoodcultmovies.com se ho preso in prestito una loro foto, ma era per una buona causa.
Emesso nell'etere dal There martedì, 13 gennaio 2009 Ed eccoci qua. Non si poteva evitare. A casa mia dicono slungherla si mo scaperla no. Era tanto che non scrivevo quissù, e quando si torna c'è sempre il fastidioso post di raccordo. Scusate per...
Auguri in ritardo se... Purtroppo è successo che... Prometto però... Massì, come se gliene fregasse a qualcuno. Dai, su, parliamoci chiaramente. I pigiatori di tasti dei blog soffrono di manie di grandezza.
"Oh, poveri miei lettori, come avete fatto a sopravvivere? Come siete riusciti a tirare avanti senza sapere cosa ho fatto a Natale? Di che colore era il pullover smontito, regalo della zia? Chi ha preso per primo la basa la sera della vigilia? Chi tornato a casa da capodanno con un occhio nero?" Appunto, non interessa. Ed è brutto vedere questa selva di pagine piene di affaracci altrui pluricommentate da fancazzisti di professione con frasi del tipo "E' proprio vero!", "Anch'io, una volta, nel '95", o "Solo con Gino". Il più delle volte completamente slegato dal contesto. Tranne quando si parla di Gino, chiaro. Che ognuno scriva quello che vuole è gran cosa, per carità. Ma, salvo notizie dell' ultimo momento, non lo ha ancora prescritto il medico di scrivere la prima cazzata che ti viene in mente. Davvero, eh. Tranquilli. Non vi succede niente se evitate di scrivere, giuro. In ogni caso lo sapete, vi tengo tutti vicini, miei cari lettori vecchi e nuovi, vicini al mio cuore di bambino. Che conservo in un vasetto sopra la scrivania. Vi saluto, state bene!
Emesso nell'etere dal There Omino della Matematica is back, watch out venerdì, 07 novembre 2008 Dopo un tempo incalcolabile e una certa tribolazione, posso finalmente annunciare che l' Omino della Matematica ha trovato la sua prima pubblicazione ufficiale online. che tratta appunto di fumetti (disegnati con buona probabilità da gente più buona di me) ha deciso di ospitare quattro tavole del nostro Omino che avrà a che fare con la tecnologia, in vario modo. Ma con risultati analoghi. Colgo l'occasione per ringraziare chi, in questi anni, mi ha appoggiato, sostenuto in vario modo, tutte le persone che sono venute a visitare il fin troppo trascurato ultimamente blog dell' Omino (prometto che porrò rimedio, però). Non è retorico dire che senza di voi non avrei di certo continuato. Fi, che lecca, sembra che sto diventando il presidente della repubblica. Ringrazio Lizard, per il suo contributo fondamentale in materia, ringrazio Damidalla, per la mano che mi ha dato per colorare queste tavole (e per l'eterna pazienza che ha avuto nel lavorare con me, che non è mica facile, no no), ringrazio i banchi prima del mio liceo poi dell'università di Lettere, palestra insostituibile di potacci. Ringrazio, ringrazio, ringrazio, insomma, una palla. Mah, chi l'avrebbe detto, che sarei diventato "naif". Vi saluto, state bene!! Emesso nell'etere dal There sabato, 01 novembre 2008
Strada longa a färla a pè Stott’al piopi che a se spöja ogni tant at cat qualcdon ch’ al te dmanda un bagaron con na man cla pär na föja secca, rissa, vecia, giälda ch’la pär morta mo l’è cälda. Rotami d’omi, orob, mutt, genta ch’ crida con j occ sutt, gentach’ canta i so dolor con in bocca al nom dal Sgnör. It fan vedor al so mäl pr’ un liren che ‘t ghe but là cme ‘l gosson d’un temporäl. Tera santa d’ l’è tri dì ch’a t’ piöva adoss n’ aqua fredda, muta, scura e i sinter j en dvintä’ foss. L’è tri dì ch’a tira ‘l vent siga il crösi e i lantarnen, o è i mort ch’i batt’n i dent. L’è la sägra dla Viletta: gh’ è qualcosa ch’a sangon’na. Mo la buza pu povretta coi grisant e ‘l lum apiè’ l’è pu alegra d’un con’na. E chil crözi bianchi i päron dil cresmanti in meza a un prè’. Una vcen’na, vecia vecia, che in-t-il pocci la se specie, col so lum l’è gnuda an lè. Gh’è davis d’ess’r al marchè par pressiär un scampol ‘d tera da cusiros un scossäl s’i la port’n a l’ospedäl. Quanta genta! Agh’ pär la fera. Tropa genta senza cör. Al zarden di me dolor par na stmana al sarà d’sera. Marcirà il ghirlandi in tera, mo i me mort j aran godù na giornäda ‘d primavera. Giorno di mort – R. Pezzani Emesso nell'etere dal There martedì, 16 settembre 2008 Ci sono poche cose che mi fanno sentire il tempo che passa come leggere le cose che ho scritto tempo fa. Due, tre anni fa in realtà. Ma anni che sembrano decenni. Secoli.
Mi fa strano essere qui, in questo momento, davanti allo schermo del computer a pigiare tastini, e insieme avere di nuovo sedici anni. I capelli corti lo dimostrano, ho sedici anni. Non posso rimanere tanto, devo fare la versione per domani. In effetti io non ho mai fatto una versione. Diciamo che la cerco su internet. Che tanto non la trovo. E poi domani mi spiccano immediatamente che non l'ho fatta. Ho sedici anni. E' uscito da poco Baldur's Gate II. E Final Fantasy VIII. E litigo con chi dice che la Sony è meglio della Nintendo. Ho sedici anni. Si, lo so, anche adesso, ma non c'entra. Esco solo il sabato sera. Santo cielo, il sabato sera. Che nostalgia. Quando avevo sedici anni, andavo in un posto. Un posto brutto, sporco, dove il dj non metteva su dischi, ma un disco soltanto. Sempre. Potrei ripetere la scaletta: Meganoidi - Supereroi; Rage against the machine - Killing in the name of; The Offspring - What happened to you?; Subsonica - Nuova Ossessione. Potrei anche andare avanti, potrei continuare a divagare come farebbe un sedicenne. Che sono. Quelli che hanno avuto sedici anni con me, lo ricordano come lo ricordo io. Le persone che ho conosciuto dopo, ormai, è come se ci fossero state anche loro. Perchè non è mica la prima volta che parlo dell' Onirica, ah no. Il punto però è che l' Onirica riapre. Come una novella fenice risorge dalle macerie dei suoi bicchieri di plastica e dai suoi bagni lerci, dalle sue illusorie promesse di riapertura e dalle nostre speranze mai dome. E' un pò come quando ci capita di guardare un qualche cosa che ricordavamo perfettamente nella nostra infanzia come gigantesco, fantastico, lussureggiante e notiamo, con un pò di delusione, che in effetti è proprio come ce lo ricordavamo. Non è affascinante, ma semplicemente scuro. Non è grande, ma stretto al limite del fastidio. Ma non importa. Perchè se vi dico che venerdì 19 settembre apre l' Onirica, voi sapete già dove trovarmi. E il mio invito, per colmare le vostre lacune, per rimpolpare i vostri ricordi, è di trovarci là. E' la seconda chiamata alle armi che faccio da queste pagine. Vi invito a cercare l'altra. Ho di nuovo sedici anni. Venerdì 19 Settembre
Riapertura Onirica Area Ex-Salamini Parma Vi saluto, state bene!
Emesso nell'etere dal There mercoledì, 27 agosto 2008 E' bello tornare a casa, dopo essere usciti, e trovare tutti che dormono. Entrare nel cortile, facendo attenzione a non fare rumore, e chiudersi dietro il cancello, per poi trovare cinque minuti da dedicare solo al vento, che si infila nello stradello tra casa e il capannone, così come faceva quando tornavo i primi sabati sera che uscivo da solo, così come faceva quando ero piccolo e dopo cena, intanto che c'era ancora chiaro, a stare in casa non ci pensavo nemmeno, così come ha sempre fatto da quando mi ricordo. Aprire pian piano la porta che di aprirsi pian piano proprio non ne vuol sapere ma svegliare solo la Sophie, che tutta indormenta prova, più che per convinzione per abitudine, ad abbaiare, con gli occhi stretti e i bau bassi, per poi capire che, no, niente, sono solo io, lippe lippe lappe, ectì, che però visto che sono in piedi, dai, facciamo un giro; e lei scende, circospetta, una temibile guardia lunga poco più di trenta centimetri di color beige - pardon, champagne - che appena uscita dall'uscio controlla a sinistra, verso il cancello, annusa, guarda dall'altra parte e poi si avvia, sul marciapiede, verso il cortile per fare, ora più tranquilla e serena, pipì. Ma come le signore, dietro l'angolo, perchè si vergogna. Io aspetto, girato, e quando finisce torna con passo spedito, sollevando una zampina di dietro, ogni tanto, quasi fosse al trotto fino alla porta, si ferma, si gira, controlla che stia arrivando anch'io e solo una volta rassicurata di ciò, torna sulla sua seggiola ai piedi del letto. E' bello fermarsi sulle scale, aspettare un attimo, tendere l'orecchio e sentire solo i respironi dei miei nonni, che dormono, dormono, e che però se non mi sentono arrivare si svegliano, nel cuore della notte, aspettando rumori, cercando luci, pensando "mo a che ora al torna col ragas là?", perlustrando garage e cortile cercando prove del mio arrivo; e allora i primi cinque o sei gradini della scala li faccio con passo pesante, schiarendomi la gola, un interruzione per non interromperli. Ed è bello arrivare in casa, stanchi, ma silenziosi, un silenzio interrotto solo dal rumore delle caviglie che scricchiolano, e lo fanno solo quando non devono, intendiamoci. Dalle tapparelle appena tirate su,filtra la luce dei lampioni, dalle finestre aperte entra il suono delle macchine che passano. Il treno ormai non lo sento più, invece. Non ci faccio più caso. Tutti quelli che vengono a casa mia mi chiedono come faccio a sopportare tutto quello sferragliamento, quel fischiare prima della curva, quel ta-ta ta-tan. Io rispondo abitudine. Ma quando mi capita di dormire da un altra parte, quasi mi dispiace non sentirlo, quasi mi manca. E' bello uscire, di sera, per poi tornare a casa. Vi saluto, state bene. Emesso nell'etere dal There lunedì, 21 luglio 2008 Ok, va bene. Con calma. Mi sta effettivamente un pò scappando di mano la situazione. Perchè non è che non ci sono più, eh. Ci sono, eh. Solo che devo tirare un pochetto il fiato.
Sono successe tante cose, e la cosa più strana è che probabilmente a voi non interessano. Ma io ve le scrivo lo stesso, tiè, perchè il blog è mio, e anche la palla, e quindi voi non potete giocare. Andiamo per ordine? Naa, sarebbe contrario all'etica di tutto questo ambaradan. Mica si chiama Ordine Sparso così a ufo. "I've got a fever, and the only prescription is
more cowbell" Partiamo coi viaggi! Sono andato a Londra, santi numi! Londra, quella figa. Londra, quella dove si mangia inevitabilmente male. Londra, quella della metropolitana che ci si mette un pò a capirla ma poi dopo vai che sai di strinato. Londra, quella dello sconfinato British Museum, culla dei furti anglosassoni nel mondo, che merita tutte le 4 ore di visita. Londra, quella che ridefinisce il tuo concetto di "ostello spartano". Londra, quella, in questo caso, del concerto dei Blue Oyster Cult. Viva i campanacci.
" 'a voglia!"
E mica è finita, sono anche andato a Firenze! Probabilmente, andando in Tenessee, o in Oklaoma, si sarebbero incontrati meno americani. Ma, signori, ne vale tremendamente la pena. Gli ostili tiri barbini del fato scivolano in secondo piano dinnanzi ad una città così bella, che nemmeno il ricordo del procrastinato esame di storia dell' arte moderna riesce a scalfire, sostenuta dalla migliore delle compagnie possibili, in assoluto. Viva l'enogastronomia.
" Fear of the Duck"
Ho partecipato alla mia seconda edizione del Gods of Metal, tornato nella sua cornice più opportuna e classica, l'arena Parco Nord in quel di Bologna. Il Gods è bello per l'atmosfera, per la gente che ci gira in mezzo, per quelli che conosci, per quelli che non conosci ma che è meglio così, per quelli che incontri lì e magari del metal gliene frega anche poco, per il caldo che non perdona e per l'assenza di ombra. Per brevità, dirò solo degli Apocalyptica, che porco cane, sono proprio bravi, con i loro ingombranti cellos e il loro ingombrante headbanging e di loro, le Vergini di Ferro, forse il primo gruppo metal che ho ascoltato in assoluto (e come me milardi di ragazzini dalla fine degli anni 70 ad oggi, tra l'altro) anzianotti a prima vista ma incredibilmente capaci di zompettare, interpretare, infiammare il pubblico e, come direbbero i ragazzini di cui sopra, "spaccare". Viva gli Airon Meiden.
" Leziumo Summer Festival "
Grazie a questa grandiosa festa e al suo indiscusso patrono et organizzatore, torneranno a suonare gli Outside my Yard. Non dico siete tutti invitati perchè in fondo mica è casa mia, però siete tutti invitati a sentire Pietro per farvi invitare, questo si. ^^ Viva i pierofestival.
" A zero al tronco"
Sapevo che sarebbe successo, prima o poi avrei ceduto. Non se ne esce fuori mai. Ti sembra di vedere la fottuta luce in fondo al tunnel, e invece no, niente, è solo un tir che ti riporta indietro. Ho ricominciato a giocare di ruolo dal vivo. Shame on me, shame on me, mi sono anche divertito. Diretto veleno, terrore ordine uno, paralisi, disperdo, mamma mia. Viva le spadine.
" Ain't afraid of no ghost"
Dimenticavo, tra l'altro, oggi dopo pranzo davanti a casa mia c'era parcheggiata la macchina dei Ghostbuster. E con i fantasmi, oggi, siamo a posto. Viva l'incrocio dei flussi.
Uff, ok. Ho tirato fiato. Possiamo ricominciare. Vi auguro una buona estate e vi ricordo di uscire nelle ore più calde, assumere pochi liquidi in particolare se siete cardiopatici, anziani, vetusti, venusti, impermeabili e opliti. Vi saluto, state bene! Emesso nell'etere dal There lunedì, 02 giugno 2008
Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene scelto dalla mighty goddess of our employees per cercare tale Faroldi, che non si mica bene chi è. Sfugge dall'inferno e dalla sua scuola media (ben più pericolosa del primo), e la dea attraverso una stampante ad aghi gli dice di andare a cercare l'oracolo. Con un ciao. E' strano come a volte facciamo cose senza sapere esattamente perchè. Siamo convinti che vadano fatte, ma la nostra è una convinzione fumosa, vaga, che non appena ci si pensa un attimo svanisce. Il punto è che, a volte, non ci si pensa affatto. A volte, si fa perchè si fa. Oh, non siam mica tutti come Poi, eh? Si, Poi, quello del senno. Lui fa il furbo, ma così è troppo facile. Tsè. Metto il ciao sul cavalletto e non lo chiudo, perchè tanto così non vanno molto lontano anche se me lo prendono su, e perchè soprattutto non c'è un anima. Attraverso la strada, da povera vittima di anni di vita urbana, sulle strisce illuminate dalla pallida luce dal mesto, ostinato lampione e riesco a capire cosa c'è dall'altro lato della strada: una Uno. Una Uno dell'unico colore possibile per le Uno, verde petrolio. Non distinguo ancora il colore per via del buio, ma lo so che è verde petrolio. Io riconosco la macchina, ma la macchina riconosce me, perchè lampeggia. Ci-cik. La mia serenità scema lievemente, ma tant'è, non è che la scelta sia poi così ampia. Faccio qualche passo verso la vettura, sfoggio il sorriso preferito dalle nonne e, agitando la manina, sbotto in un “buonaserascusiseladisturbolechiedevogentilmenteuninformazio – ne”. Dalla macchina scende un robusto omaccione, che l'oscurità non mi permette ancora di vedere bene. La mia serenità ne risente ulteriormente. Ha le spalle larghe, i capelli ricci, e mentre mi avvicino lui mi aspetta dietro la portiera. Vado un po' più vicino, e vedo che i ricci sono biondi, voluminosi, e sul viso ha un ombra di barba; io riprovo l'approccio con un “mi scusi per l'ora, ma credo di essermi perso, e allora le chiedevo se...” e lui chiude la portiera, mostrando una ingombrante gonna di tulle e urla, con le braccia al cielo: “ammmore! tutte di informazione che tu vuoi, sa!”. Emh. La mia serentià subisce un tracollo spaventoso. Rimango fermo, e mi perplimo. L'omone si fa avanti, e ormai nemmeno il buio pesto può nascondere il rossetto dato con manone fatte per, chessò, fare il fornaio, il muratore, il wrestler, le unghie lunghe e finte, le calze mille denari che ci provano, ma non ci riescono a nascondere le gambe irsute. “Tèsoro, dimmi quello che tu ti vuoi, dimmi di tutto a tua Prisssìlla” incalza lui. “No, guardi, aspetti, sa signor, cioè, volevo dire, ecco, Priscilla, giusto?” “Certo ammore, tu di me chiamare come tu di vuolere”. Passi brevi, passi continui verso la strada. Calma. Molta calma. “No, ecco, è che insomma, io volevo chiedere solo se...” “Cinquanti la bocca i centi l'ammore.” “NO, no, iddio no, no, c'è stato un equivoco, ecco, no, cioè, non che, no, proprio no, ecco, no, insomma, no” “Tu di essere trioppo timìdo, no di avere paura di signòrina come di me, io si sapere cosa piacere a voi ometti”. In quel momento, mentre mi sforzavo disperatamente di pensare agli ometti da attaccare i panni per mantenere la sanità mentale, una luce abbagliante squarcia la sorda penombra del parcheggio deserto, e due potenti colpi di acceleratore in lontananza sembrano anticipare un temporale di gocce di gasolio. Per un attimo vedo in quei grossi e rotondi fari che mi abbagliano una rassicurante via di fuga. La colossale figura romba e si avvicina a gran velocità. Subito dopo mi torna in mente che mi zia mi diceva sempre che raramente le cose grosse, rotonde e abbaglianti sono rassicuranti. Succede tutto in un attimo, e io ho solo il tempo di perdermi nella straniante sensazione di deja-vù. Un grosso e terribilmente arancione autobus di linea, per la seconda volta in pochi giorni, mi sta caricando. Devono aver scoperto il mio evasivo rapporto con la macchina obliteratrice. Come già l'altra volta, scorgo distintamente il bieco ghigno dell'autista che spicca come una collana di piccoli diamanti nel buio della cabina. Forse da solo non sarei riuscito a scappare, come l'esperienza già ci suggerisce. Forse non avrei fatto in tempo, pensando ad una elegante similitudine con i denti dell'autista, a saltare di lato per scansare. Fatto sta che Priscilla, l'omone vinaccia, mi si butta addosso, facendoci rotolare vicino ad un bidone della spazzatura e lontano dalla traiettoria del mezzo pubblico amico del verde. Fatto sta che, nel farlo, mi tocca anche il culo. “Di che tu stai bbene, ammmore?” “Si, grazie, però, mmh, ecco, mi chiami tipo per nome, o magari mi faccia un fischio, o mi indichi, ecco...”. La furia color solero non si placa, e dopo aver lasciato buona parte dei suoi alti copertoni sull' asfalto del parcheggio, manovra sbuffando folate di aroma cittadino. Mi rialzo e inizio a correre sul marciapiedi. Mani di fata mi segue. Mi sento dannatamente indeciso su quale sia la minaccia maggiore. Intanto l'autobus ha girato la sua poco aereodinamica massa e ricomincia la sua inesorabile galoppata diesel. Devo trovare qualcosa dove nascondermi. Ma non è che ci sia molta scelta. Il bidone del rudo? Quello che poco più indietro viene scaraventato in aria al passaggio dello sbuffante bestione mi persuade a cambiare idea. La fermata del bus? Sarebbe chiedere troppo uno slancio di attaccamento al lavoro a quest'ora, in questa condizione, per giunta da un dipendente comunale. Il bus è sempre più vicino. Quand'ecco che vedo il Ciao, inerme, come se non avesse notato nulla di strano, come se non sentisse il crescendo di archi e fiati che mi sto facendo io nella mia testa. E' vero, direte voi, è finita la miscela. Però visto che ogni altra via mi appare poco praticabile, salto sul sellino, lo tiro giù dal cavalletto e comincio a pedalare. E comunque questo tono saccente è fastidioso, quindi smetterla un po' alla sveltina. Pedalo come Bartali in salita. Bè, come Bartali con una gomma sgonfia e le gambe ingessate, in fondo è pur sempre un Ciao. Con leggiadria impareggiabile, tenendo con una manina la gonna, si scaraventa sul porta pacchi Prisssìlla, mettendo a dura prova a) la mia stabilità b) l'integrità del motorino c) la mia già peraltro incrinata speranza. Ma mentre cercavo di non stamparmi di muso per terra e continuare a pedalare, un brillio sul lato del Ciao mi fa capire quanto maledettamente sia stato stupido. Mi fermo. “Ma ammore, dobbiamo di scappare da bruto iatobus!”. Non l'ascolto. Mi inquieto, ma non l'ascolto. Posso quasi sentire il caldo del radiatore alle mie spalle. Giro la levetta sul fianco del carter. L'autobus accelera. Pedalo. Va in moto, era la levetta della riserva. Mi tolgo per un soffio dalle sue grinfie, e lui finisce la sua corsa contro il solo, povero, sparuto lampione dell'intera via. Come in un mare di scintille, il lampione si piega, l'autobus si ferma e io do gas, pensando la maniera di risolvere il secondo problema della serata, quello con le unghie finte.
-fine sesto episodio-
Emesso nell'etere dal There Calciofilia patriottica improvvisa lunedì, 12 maggio 2008 Come la maggior parte di voi persone che buttate il tempo leggendomi sa, io non sono esattamente un appassionato di calcio. Con gran gioia di mio babbo, per altro. E non tanto per l'innata avversione nerdesca verso gli sport, figurati, a me piace anche, stupida primavera piuminosa permettendo, far due corse in un prato. Quello che mi va poco a genio dell'italico sport per eccellenza non è l'atto di dar calci al cuoio cucito in forma sferica, è tutto quello che ci sta intorno. L'assurdo monopolio sugli altri sport, l'altrettanto assurdo obbligo morale che si ha di dover esserne appassionati, l'ingiustificabile giro di daneè che ne è diventato la vera anima, il servire come scusa dai peggio deficienti, il non essere capace e l'altrui prendermi sempre in giro. Si, va bè, forse più che altro per questo, ma il punto è un altro. Emesso nell'etere dal There |
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