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lunedì, 21 luglio 2008 Ok, va bene. Con calma. Mi sta effettivamente un pò scappando di mano la situazione. Perchè non è che non ci sono più, eh. Ci sono, eh. Solo che devo tirare un pochetto il fiato.
Sono successe tante cose, e la cosa più strana è che probabilmente a voi non interessano. Ma io ve le scrivo lo stesso, tiè, perchè il blog è mio, e anche la palla, e quindi voi non potete giocare. Andiamo per ordine? Naa, sarebbe contrario all'etica di tutto questo ambaradan. Mica si chiama Ordine Sparso così a ufo. "I've got a fever, and the only prescription is
more cowbell" Partiamo coi viaggi! Sono andato a Londra, santi numi! Londra, quella figa. Londra, quella dove si mangia inevitabilmente male. Londra, quella della metropolitana che ci si mette un pò a capirla ma poi dopo vai che sai di strinato. Londra, quella dello sconfinato British Museum, culla dei furti anglosassoni nel mondo, che merita tutte le 4 ore di visita. Londra, quella che ridefinisce il tuo concetto di "ostello spartano". Londra, quella, in questo caso, del concerto dei Blue Oyster Cult. Viva i campanacci.
" 'a voglia!"
E mica è finita, sono anche andato a Firenze! Probabilmente, andando in Tenessee, o in Oklaoma, si sarebbero incontrati meno americani. Ma, signori, ne vale tremendamente la pena. Gli ostili tiri barbini del fato scivolano in secondo piano dinnanzi ad una città così bella, che nemmeno il ricordo del procrastinato esame di storia dell' arte moderna riesce a scalfire, sostenuta dalla migliore delle compagnie possibili, in assoluto. Viva l'enogastronomia.
" Fear of the Duck"
Ho partecipato alla mia seconda edizione del Gods of Metal, tornato nella sua cornice più opportuna e classica, l'arena Parco Nord in quel di Bologna. Il Gods è bello per l'atmosfera, per la gente che ci gira in mezzo, per quelli che conosci, per quelli che non conosci ma che è meglio così, per quelli che incontri lì e magari del metal gliene frega anche poco, per il caldo che non perdona e per l'assenza di ombra. Per brevità, dirò solo degli Apocalyptica, che porco cane, sono proprio bravi, con i loro ingombranti cellos e il loro ingombrante headbanging e di loro, le Vergini di Ferro, forse il primo gruppo metal che ho ascoltato in assoluto (e come me milardi di ragazzini dalla fine degli anni 70 ad oggi, tra l'altro) anzianotti a prima vista ma incredibilmente capaci di zompettare, interpretare, infiammare il pubblico e, come direbbero i ragazzini di cui sopra, "spaccare". Viva gli Airon Meiden.
" Leziumo Summer Festival "
Grazie a questa grandiosa festa e al suo indiscusso patrono et organizzatore, torneranno a suonare gli Outside my Yard. Non dico siete tutti invitati perchè in fondo mica è casa mia, però siete tutti invitati a sentire Pietro per farvi invitare, questo si. ^^ Viva i pierofestival.
" A zero al tronco"
Sapevo che sarebbe successo, prima o poi avrei ceduto. Non se ne esce fuori mai. Ti sembra di vedere la fottuta luce in fondo al tunnel, e invece no, niente, è solo un tir che ti riporta indietro. Ho ricominciato a giocare di ruolo dal vivo. Shame on me, shame on me, mi sono anche divertito. Diretto veleno, terrore ordine uno, paralisi, disperdo, mamma mia. Viva le spadine.
" Ain't afraid of no ghost"
Dimenticavo, tra l'altro, oggi dopo pranzo davanti a casa mia c'era parcheggiata la macchina dei Ghostbuster. E con i fantasmi, oggi, siamo a posto. Viva l'incrocio dei flussi.
Uff, ok. Ho tirato fiato. Possiamo ricominciare. Vi auguro una buona estate e vi ricordo di uscire nelle ore più calde, assumere pochi liquidi in particolare se siete cardiopatici, anziani, vetusti, venusti, impermeabili e opliti. Vi saluto, state bene! Emesso nell'etere dal There lunedì, 02 giugno 2008
Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene scelto dalla mighty goddess of our employees per cercare tale Faroldi, che non si mica bene chi è. Sfugge dall'inferno e dalla sua scuola media (ben più pericolosa del primo), e la dea attraverso una stampante ad aghi gli dice di andare a cercare l'oracolo. Con un ciao. E' strano come a volte facciamo cose senza sapere esattamente perchè. Siamo convinti che vadano fatte, ma la nostra è una convinzione fumosa, vaga, che non appena ci si pensa un attimo svanisce. Il punto è che, a volte, non ci si pensa affatto. A volte, si fa perchè si fa. Oh, non siam mica tutti come Poi, eh? Si, Poi, quello del senno. Lui fa il furbo, ma così è troppo facile. Tsè. Metto il ciao sul cavalletto e non lo chiudo, perchè tanto così non vanno molto lontano anche se me lo prendono su, e perchè soprattutto non c'è un anima. Attraverso la strada, da povera vittima di anni di vita urbana, sulle strisce illuminate dalla pallida luce dal mesto, ostinato lampione e riesco a capire cosa c'è dall'altro lato della strada: una Uno. Una Uno dell'unico colore possibile per le Uno, verde petrolio. Non distinguo ancora il colore per via del buio, ma lo so che è verde petrolio. Io riconosco la macchina, ma la macchina riconosce me, perchè lampeggia. Ci-cik. La mia serenità scema lievemente, ma tant'è, non è che la scelta sia poi così ampia. Faccio qualche passo verso la vettura, sfoggio il sorriso preferito dalle nonne e, agitando la manina, sbotto in un “buonaserascusiseladisturbolechiedevogentilmenteuninformazio – ne”. Dalla macchina scende un robusto omaccione, che l'oscurità non mi permette ancora di vedere bene. La mia serenità ne risente ulteriormente. Ha le spalle larghe, i capelli ricci, e mentre mi avvicino lui mi aspetta dietro la portiera. Vado un po' più vicino, e vedo che i ricci sono biondi, voluminosi, e sul viso ha un ombra di barba; io riprovo l'approccio con un “mi scusi per l'ora, ma credo di essermi perso, e allora le chiedevo se...” e lui chiude la portiera, mostrando una ingombrante gonna di tulle e urla, con le braccia al cielo: “ammmore! tutte di informazione che tu vuoi, sa!”. Emh. La mia serentià subisce un tracollo spaventoso. Rimango fermo, e mi perplimo. L'omone si fa avanti, e ormai nemmeno il buio pesto può nascondere il rossetto dato con manone fatte per, chessò, fare il fornaio, il muratore, il wrestler, le unghie lunghe e finte, le calze mille denari che ci provano, ma non ci riescono a nascondere le gambe irsute. “Tèsoro, dimmi quello che tu ti vuoi, dimmi di tutto a tua Prisssìlla” incalza lui. “No, guardi, aspetti, sa signor, cioè, volevo dire, ecco, Priscilla, giusto?” “Certo ammore, tu di me chiamare come tu di vuolere”. Passi brevi, passi continui verso la strada. Calma. Molta calma. “No, ecco, è che insomma, io volevo chiedere solo se...” “Cinquanti la bocca i centi l'ammore.” “NO, no, iddio no, no, c'è stato un equivoco, ecco, no, cioè, non che, no, proprio no, ecco, no, insomma, no” “Tu di essere trioppo timìdo, no di avere paura di signòrina come di me, io si sapere cosa piacere a voi ometti”. In quel momento, mentre mi sforzavo disperatamente di pensare agli ometti da attaccare i panni per mantenere la sanità mentale, una luce abbagliante squarcia la sorda penombra del parcheggio deserto, e due potenti colpi di acceleratore in lontananza sembrano anticipare un temporale di gocce di gasolio. Per un attimo vedo in quei grossi e rotondi fari che mi abbagliano una rassicurante via di fuga. La colossale figura romba e si avvicina a gran velocità. Subito dopo mi torna in mente che mi zia mi diceva sempre che raramente le cose grosse, rotonde e abbaglianti sono rassicuranti. Succede tutto in un attimo, e io ho solo il tempo di perdermi nella straniante sensazione di deja-vù. Un grosso e terribilmente arancione autobus di linea, per la seconda volta in pochi giorni, mi sta caricando. Devono aver scoperto il mio evasivo rapporto con la macchina obliteratrice. Come già l'altra volta, scorgo distintamente il bieco ghigno dell'autista che spicca come una collana di piccoli diamanti nel buio della cabina. Forse da solo non sarei riuscito a scappare, come l'esperienza già ci suggerisce. Forse non avrei fatto in tempo, pensando ad una elegante similitudine con i denti dell'autista, a saltare di lato per scansare. Fatto sta che Priscilla, l'omone vinaccia, mi si butta addosso, facendoci rotolare vicino ad un bidone della spazzatura e lontano dalla traiettoria del mezzo pubblico amico del verde. Fatto sta che, nel farlo, mi tocca anche il culo. “Di che tu stai bbene, ammmore?” “Si, grazie, però, mmh, ecco, mi chiami tipo per nome, o magari mi faccia un fischio, o mi indichi, ecco...”. La furia color solero non si placa, e dopo aver lasciato buona parte dei suoi alti copertoni sull' asfalto del parcheggio, manovra sbuffando folate di aroma cittadino. Mi rialzo e inizio a correre sul marciapiedi. Mani di fata mi segue. Mi sento dannatamente indeciso su quale sia la minaccia maggiore. Intanto l'autobus ha girato la sua poco aereodinamica massa e ricomincia la sua inesorabile galoppata diesel. Devo trovare qualcosa dove nascondermi. Ma non è che ci sia molta scelta. Il bidone del rudo? Quello che poco più indietro viene scaraventato in aria al passaggio dello sbuffante bestione mi persuade a cambiare idea. La fermata del bus? Sarebbe chiedere troppo uno slancio di attaccamento al lavoro a quest'ora, in questa condizione, per giunta da un dipendente comunale. Il bus è sempre più vicino. Quand'ecco che vedo il Ciao, inerme, come se non avesse notato nulla di strano, come se non sentisse il crescendo di archi e fiati che mi sto facendo io nella mia testa. E' vero, direte voi, è finita la miscela. Però visto che ogni altra via mi appare poco praticabile, salto sul sellino, lo tiro giù dal cavalletto e comincio a pedalare. E comunque questo tono saccente è fastidioso, quindi smetterla un po' alla sveltina. Pedalo come Bartali in salita. Bè, come Bartali con una gomma sgonfia e le gambe ingessate, in fondo è pur sempre un Ciao. Con leggiadria impareggiabile, tenendo con una manina la gonna, si scaraventa sul porta pacchi Prisssìlla, mettendo a dura prova a) la mia stabilità b) l'integrità del motorino c) la mia già peraltro incrinata speranza. Ma mentre cercavo di non stamparmi di muso per terra e continuare a pedalare, un brillio sul lato del Ciao mi fa capire quanto maledettamente sia stato stupido. Mi fermo. “Ma ammore, dobbiamo di scappare da bruto iatobus!”. Non l'ascolto. Mi inquieto, ma non l'ascolto. Posso quasi sentire il caldo del radiatore alle mie spalle. Giro la levetta sul fianco del carter. L'autobus accelera. Pedalo. Va in moto, era la levetta della riserva. Mi tolgo per un soffio dalle sue grinfie, e lui finisce la sua corsa contro il solo, povero, sparuto lampione dell'intera via. Come in un mare di scintille, il lampione si piega, l'autobus si ferma e io do gas, pensando la maniera di risolvere il secondo problema della serata, quello con le unghie finte.
-fine sesto episodio-
Emesso nell'etere dal There Calciofilia patriottica improvvisa lunedì, 12 maggio 2008 Come la maggior parte di voi persone che buttate il tempo leggendomi sa, io non sono esattamente un appassionato di calcio. Con gran gioia di mio babbo, per altro. E non tanto per l'innata avversione nerdesca verso gli sport, figurati, a me piace anche, stupida primavera piuminosa permettendo, far due corse in un prato. Quello che mi va poco a genio dell'italico sport per eccellenza non è l'atto di dar calci al cuoio cucito in forma sferica, è tutto quello che ci sta intorno. L'assurdo monopolio sugli altri sport, l'altrettanto assurdo obbligo morale che si ha di dover esserne appassionati, l'ingiustificabile giro di daneè che ne è diventato la vera anima, il servire come scusa dai peggio deficienti, il non essere capace e l'altrui prendermi sempre in giro. Si, va bè, forse più che altro per questo, ma il punto è un altro. Emesso nell'etere dal There domenica, 13 aprile 2008 Le dieci di domenica, e ho già gli occhi stanchi. Già da un pò, a dire il vero. E' stata una settimana pesa, questa qua. Però sono uno di quelli a cui piacciono le tradizioni. E se le tradizioni non ci sono, si inventano. Emesso nell'etere dal There Dei dadini, delle pugnalate e dei tiri salvezza sabato, 08 marzo 2008
La notizia è di qualche giorno fa, e in questo periodo mi colpisce particolarmente: all'età di 69 anni ha fallito il suo ultimo tiro salvezza Gary Gygax, il papà del più famoso e diffuso gioco di ruolo al mondo, Dungeons & Dragons. Affrontare l'argomento dadini poliedrici con chi non è dell'ambiente è sempre cosa rischiosa. Perchè la possibilità di non essere capito è alta e anzi, si corre il rischio di essere guardati come biechi relitti della società. Che dico rischio, la certezza. Ma la notizia della scomparsa di questo omone con la barba e il codino che girava con improbabili camicie hawaiane mi colpisce davvero. In fondo io mica lo conoscevo, era poco più di un nome sulla copertina cartonata di manuali di regole che definire terribilmente complicate è un gentile eufemismo. Ma forse è questo uno degli aspetti che mi piace di più di questo hobby che, come citava la storica ultima pagina del manuale del giocatore, richiede “solo carta, penna e la tua fantasia”; il fatto che tanto chi è estraneo rifugge il rimasto dentro reputandolo nel migliore dei casi pericoloso, così invece chi in gioventù ci è volato dentro con tutte le scarpe si trova quasi parente con chiunque abbia avuto tale analoga disgrazia. Perchè anche se non ha idea di chi hai davanti, sai che anche lui, come te, ha passato interi pomeriggi di sabati assolati murato a casa dell'amico ad aspettare il master in sempiterno ritardo, attrezzando nel frattempo il tavolo togliendo il centrino della nonna e sostituendolo con fogli di carta logori e bisunti, pile di manuali e dadi di forme che stupiscono, ma stupiscono davvero; sai che anche lui ha passato notti insonni nel vano tentativo di concludere estenuanti combattimenti con draghi di metalli che fino al giorno prima ignorava esistessero (il drago di cromo-vanadio!); sai che anche lui ha giurato sulla testa di tutti i parenti vicini e lontani che no, assolutamente no, non si sarebbe più fatto fregare, non avrebbe più sperperato i sudati due soldi che riusciva a mettere da parte in manuali di ambientazioni che non avrebbe mai usato salvo poi cadere in ginocchio, folgorato, come un novello pastorello di Fatima, davanti al bancone del negozio urlando in lacrime che senza QUEL libro il suo mondo non sarebbe stato lo stesso; sai che anche lui ha tentato, a più riprese, di spiegare a qualcun'altro cos'è un gioco di ruolo, perchè lo si fa e sai anche che, sconfortato, dopo ore di spiegazione, alla domanda dell'altro “si, ho capito, ma chi è che vince?”, gettava miseramente la spugna. Trent'anni fa il signor Gygax ha gettato le basi di ogni tiro iniziativa e di ogni TACH0, di ogni taverna chiassosa e di ogni attacco di goblin, di ogni confronto chierico/tre pozioni di cura ferite gravi, di ogni oggetto magico usato senza identificare, di ogni ciotola di patatine in mezzo alla tavola circondata da dadi, passate attraverso infinite varianti, sfumature, edizioni (per altro, chi scrive, a qualche mese dall'uscita, è spaventato dalla futura 4a edizione di D&D oltre che indignato dal furto del bardo dalle regole base), e sapere che non c'è più mi fa vedere il mondo come un posto un po' più triste. Un uomo che ha ispirato milioni di ragazzi e che fino a due settimane fa ha ospitato un torneo a casa sua. Dovrebbe essere sempre così, anche se così, purtroppo, non è. Le mie righe non sono certo per diffondere la notizia, perchè chi lo doveva sapere lo sa già. Sono, se volete, un ringraziamento. Perchè non è cercare di sfuggire dalla realtà, è vederla con occhi diversi.
Gary Gygax 1938 - 2008 Vi saluto, state bene. Emesso nell'etere dal There mercoledì, 20 febbraio 2008
Riassunto delle puntate precedenti: l'eroe scelto dalla dea delle segreterie et uffici tutti per cercare il misterioso Faroldi viene piallato da un bus di linea. Riesce a fuggire dagli inferi attraverso dando in pegno la sua anima ad una ditta che vende libri per corrispondenza e si ritrova nella sua scuola media, dalla quale scappa per un pelo e si ritrova davanti ad una stampante.
V
Vvvt. Dvv dvv viiit. Dv dv dviiiiiiit. Ammetto che all'inizio l'effetto sorpresa era notevole. Una stampante in mezzo alla strada, caspita. Una stampante che inizia a buttar fuori un foglio di carta appena mi avvicino, però, mica male. Solo che le stampante ad aghi, oltre ad essere ormai rare da trovare, oltre ad essere onnipresenti nei film dei tardi anni 80, oltre ad essere vintage, se proprio vuoi, hanno un altra importante caratteristica che le penalizza notevolmente: sono ad aghi. E per stampare ci mettono davvero tanto. Dvvt. Dvv vvit viiiit. Dviiiiiiii.
Intanto è calata la sera, io sempre nell'angolo della strada, dietro all'edicola ma, di colpo, mentre spiego ancora una volta all'edicolante che si, ho capito dove sono le riviste per ometti ma no, grazie, non m'interessano anche se ci sono interessanti novità che mostrano nuove possibili interazioni tra idraulici e casalinghe, davvero, grazie, l'alienante e discontinuo rumore che ha causato più di una strage in più di un reparto contabilità, cessa. Mi avvicino e prendo il foglio a modulo continuo del destino. Del mio destino. Io mica leggo i fogli del destino degli altri, per chi mi hai preso, sono una persona a modo, io. Il suo courier new grigio stanco mi parla chiaramente.
prescelto la missione affidatati è di pregnanza preponderante interloquire devi con l'oracolo che il celato cammino palesarti potrà sveltisciti pertanto a scandagliare la strada donde lo smercio de vegetali ha sede talché laggiù colei dai vestimenti color vinaccia professa la sua perizia
Aldilà del fatto che su quarantadue parole, escluse le congiunzioni, potevo dire di avere piena consapevolezza di meno di un quarto, più o meno il senso era chiaro. Cioè, no, però avevo capito cosa dovevo fare per saperne qualcosa di più. Voglio dire, l'oracolo un po' il suo mestiere lo saprà fare, no? Conoscevo grossomodo anche il posto, ma da quel che sapevo era piuttosto lontano, e i piedi sembravano l'unico tipo di mezzo a mia disposizione, perché chissà dov'era finita la mia Punto_Grigio_Ponga... ma proprio in quel momento, come se mi fossero scappati dalla testa i pensieri, un lampo rischiarò il cielo senza luna di quella sera, e il lampione che, terribilmente compromesso dai morsi dai minuti meschini della scuola media poco distante forse fuori in gita, indugiava ostinatamente spento dall'altro lato della strada si mise a rovesciare luce gialla-illuminazione stradale di periferia sotto di sé, dove sembrava ci fosse qualcosa di ancora più luminoso, ancora più luccicante. E io, cosa faccio, non ci vado vicino? E' lo stesso principio di quanto vedevi le mille lire d'estate sulla spiaggia: sai che c'è il filo, sai che se ti chini per raccoglierle rallegrerai la giornata a un gruppo di due o più annoiati giovanotti, ma non puoi resistere, devi perlomeno fare il gesto di prenderle. E così vado. Più mi avvicino, più l'abbagliante chiarore diventa più tenue, e la forma sul marciapiede si fa distinta, distinguibile, con le pedivelle. Adesso si che avevo la certezza la dea delle operatrici segretariali mi aveva davvero scelto come suo araldo, vaccal'treno. Mi aveva dato una cavalcatura, come ogni eroe che si rispetti. Un fido compagno che mi avrebbe scortato nelle infinite peripezie che avrei dovuto affrontare. Un Ciao. Va bè, oh, non è che c'è da prendere per il culo eh, voglio dire, a voi mica vi ha dato niente nessuno, è a me che le divinità...si,si,ho capito che è un Ciao, però cioè, voglio dire, ridere così non sta mica bene, lasciate pur lì. Il Ciao è potenza, il Ciao è destrezza, il Ciao è libertà, il Ciao va a miscela. Appoggiato sul suo cavalletto mi ammicca con il suo specchietto sinistro. L'unico, peraltro. Come per spronarmi a partire. Io salto in groppa, mi metto in piedi sui pedali, tiro la manetta dell'aria, e pedalo, pedalo, pedalo. Sento il rumore nello splendore dei suoi due tempi, lo sento crescere, lo sento come se fosse il rombo di mille...bò, di mille biciclette con la cartolina della zia da Igea Marina tra i raggi. Ad un mio cenno del bacino il Ciao scende dal cavalletto, e io do gas. E lì non c'è n'è più per nessuno, eh. Arrivo fino in fondo alla strada, l'edicolante lascia cadere “Ce l'ho io il giratubi ep. 15” e mi guarda sfrecciare ad una non del tutto definita velocità (perchè mica c'è il contachilometri sul Ciao, anche troppo che c'è il fanale) con l'espressione fissa in un O di stupore, e poi faccio quello che tutti quelli che si definiscono vivi devono aver fatto almeno una volta nella vita, perchè altrimenti stanno contando una fetta: come un novello cavaliere della tavola rotonda, freno, poggio il piede a terra, curvo con il motorino, giro a randa l'acceleratore e faccio una penna col Ciao che fin l'asfalto mi guarda ammirato e dice tra sé <ehlamadonna!>, e poi sfreccio via, nella notte.
- fine quinto episodio - Emesso nell'etere dal There "Terenziani ha punto il banco" domenica, 27 gennaio 2008
Ne sono certo, tutti voi avete almeno un aneddoto, una leggenda, un racconto che ad intervalli più o meno regolari rispuntano fuori, e non importa quante volte li hai già sentiti. Rispuntano, inesorabili, te ti distrai un attimo e tac, cuchè, ti agguanta e ti rimane abbarbicata almeno fino a quando non ha finito di srotolarsi. Perchè, in fondo, lo sappiamo tutti, una volta la scuola era diversa. Se un giovane virgulto odierno torna a casa e dice che la professoressa gli ha dato un voto che in fondo così bello non è, il babbo va là e buca le gomme alla professoressa. Se io tornavo a casa a dire che la maestra mi aveva dato una nota sul registro, mia mamma mi dava una pattona. Figurarsi quando mio nonno e tornava a casa a dire a sua madre che la maestra gli aveva dato una ceffa. Lei, nel migliore dei casi, gliene dava due. Così, perchè se te la da, c'è un motivo. Bè, insomma, fatto sta che in quella scuola che non assomiglia molto alla nostra, quel giorno erano arrivati i banchi nuovi. A dirlo ad alta voce si sentono ancora le "ooo" di stupore adesso. I banchi nuovi. Ma nuovi di pacca, nuovi di ballìna, con le loro finiture di ferro brillanti, il legno liscio, intonso, immacolato. Nuovi nuovi. Quando allora arrivava la roba nuova, era avvenimento mica da tutti i giorni. Quasi da sagra. Ma il destino beffardo ha voluto che il banco non fosse l'unica cosa nuova che mio nonno avrebbe avuto la soddisfazione di spianare quel giorno. Oh no. Si da il caso che suo babbo [il mio bisnonno, per amore di cronaca] gli avesse preso un altrettanto nuovo compasso. Ah, il compasso. Che figata. Mio nonno già s'immaginava i mille mila cerchi intersecati che avrebbe potuto disegnare, sotto gli occhi invidiosi dei suoi compagni di classe accecati dal suo sfolgorante compasso nuovo. A volte la smania può dare alla testa, può farti perdere di vista la differenza tra quello che puoi o non puoi fare. Può, ma non è che lo fa sempre. Mio nonno sapeva benissimo che il compasso nuovo e il banco nuovo sono una coppia che va gestita con cautela. E con la cautela di cui sopra, avvicina la punta del compasso al banco, per vedere l'effetto che fa quando lo giri, ma chiaramente senza appoggiarlo, metti che qualcuno ne abbia a male. Il fatto è che, purtroppo, a scuola non ci si va mica da soli. Forse sarebbe più noioso, ma si eviterebbero tanti problemi. Oh si, e questo lo posso dire anche in base alla mia personalissima esperienza. Ognuno ha il suo compagno di banco, a mio nonno toccava Bruno Catellani. Per gli amici, Brunò. Anni dopo l'incresciosa vicenda, quando mio nonno e il suddetto Brunò si sono incontrati di nuovo, mio nonno non ha perso l'occasione di provare a chiedergli se per caso si ricordava, di quella volta là, sai, ti ricordi, a scuola, che poi dopo, ma niente il nostro Brunò non ricordava nulla. Pensa te, la memoria, delle volte. Bè, ma non divaghiamo, abbiamo lasciato mio nonno e la sua puntina del compasso a pochi millimetri dal banco nuovo nuovo nuovo. Quando si è sicuri di non fare nulla di male, perchè si sa che si corre il rischio, ma si sa anche che si è stati attenti proprio per quel motivo lì, si è inconfutabilmente tranquilli; e così era mio nonno, perlomeno fino a quando Brunò, che stazionava di fianco a mio nonno, con voce sicura e ferma, alza la mano ed esclama “Signora Maestra, Terenziani ha punto il banco”. Lè. A volte si possono risolvere tante cose parlando, spiegando, cercando di dire che no, non è andata così. Si, ma a volte, mica sempre. A volte non ci resta che aspettare l'inevitabile, e sperare che non sia così tanto male quanto il suono della parola “inevitabile”. Mio nonno era già pronto a sentirsi travolgere da un cavallone di nomi, poteva quasi vedere la riga che si abbatteva sulle sue dita tese, poteva già sentire l'odore di polvere che si sente solo da dietro la lavagna. E invece niente. La maestra, impassibile, non muove un muscolo e continua a fare quello che deve. Ecco, vedi? Delle volte ci si preoccupa per niente. Delle volte si da poca fiducia alla gente che poi guarda, capisce senza neanche bisogno di spiegare che non è colpa tua. Quel giorno c'era il tema, ed era consuetudine della maestra, a fine lezione, aspettare gli alunni alla cattedra, prendere il tema, darci uno sguardo e poi, e solo allora, congedare i bimbini autorizzandoli ad andare a casa. Mio nonno, quel giro lì, era particolarmente soddisfatto del suo operato: in un tempo moderatamente breve, anche perchè aveva interesse a slegare l'asino alla svelta e tornare a casa il prima possibile, aveva riempito quattro facciate di foglio protocollo, e tutto sommato non gli pareva neanche di aver scritto male. Si alza, va davanti alla cattedra, consegna il foglio alla maestra aspettando di sapere se i suoi sospetti sulla qualità del suo scritto fossero fondati ma più che altro aspettando di andare a casa. Ma la maestra non guarda nemmeno il foglio, lo prende e lo fa in quattro pezzi. Laconica come solo una maestra delle elementari può essere, dice “vai al posto, rifallo”. E son cose dure da accettare, eh. Mio nonno torna al posto, inforca la penna e giù, via, riempie altre quattro facciate di foglio a righe, ancora più alla svelta, ma cercando di scrivere meglio di prima. Torna alla cattedra, consegna e STRAP, “vai al posto, rifallo”. Ovviamente al secondo rifallo capisci che non è una cosa intrinseca del tema, e, in cuor tuo, notando per altro che in classe ci sei rimasto solo che te, ringrazi Brunò. E lo ringrazi ancora di più se alla seconda volta se ne aggiunge una terza. E poi se il giorno dopo succede la medesima cosa. Figurarsi se succede anche il giorno successivo. Ed è proprio un peccato che a Brunò, nonostante il racconto, non riesca proprio tornato in mente di quella volta là, a scuola. Ah, la scuola.
Vi saluto, state bene! Emesso nell'etere dal There IV - Le sberle e la bocca dell'inferno giovedì, 03 gennaio 2008 Riassunto delle puntate precedenti: il nostro viene contattato dalla dea della somma segreteria che gli affida il sacro compito di trovare l’elusivo quanto sconosciuto Faroldi. Dopodichè, un bus lo stira e si ritrova in un burocratico aldilà. Con l’aiuto della fortuna riesce a fuggire e a tornare nel mondo dei vivi dall’uscita di servizio. IV Si pensa, alle volte, che una volta superato un momento difficile questo non si possa più ripresentare. Tutt’altro. Il momento difficile semplicemente si riserva di decidere quando tornare. Fa un giro di telefonate, si organizza, da uno sguardo alla sua piccola agendina che tiene nel suo marsupietto a tracolla che fa tanto giovine e poi via, torna a trovarti indisponente come il conoscente che indossa la maschera da amicissimissimo per chiederti in prestito la bici. Bici, per altro, che difficilmente tornerai a vedere.
Risulta difficile credere di essere stato parte di quel gruppo di biechi e sadici esseri, eh? Dopo l’esame di stato si viene scrollati e ci si divide in due gruppi, quelli che cambiano e diventano persone più o meno normali e quelli che rimangono bambini delle medie, assetati di sangue che ignorano l’umana compassione. Peccato che nella mia scuola il rapporto era di uno a cento. Sento i loro passi avvicinarsi, la porta per il cortile e le sue rassicuranti rase è dall’altra parte, decido che è troppo lontana. Posso solo sperare che non mi vedano e scappare per il corridoio mentre l’orda sanguinaria è a cambiarsi nello spogliatoio. Mi appiccico al muro a buccia d’arancia che ben conosce le manine sudaticce dei demoni in via di vestizione nell’altra stanza. Strenuamente anelato, di nuovo, così, perché mi piace. Mi sembra che l’ultimo bimbino sia entrato nello spogliatoio, forse la via è libera. Apro la porta della palestra e vado nel corridoio che la collega al resto della scuola. A volte quando si è piccoli si vedono le cose molto più grandi di quanto sono in realtà. Solo a volte, però, perché il corridoio è davvero lungo come me lo ricordavo. Mi avvio per lo sterminato passaggio cercando di fare meno rumore possibile per non attirare l’attenzione della vociante cricca intenta ad infilarsi in improbabili tute in acetato. Ma uno di loro esce, dicendo ai suoi compari che «waaaarh, mi son scordato la borsa in classe, porco dito», e mentre chiude la porta, mi vede. Lè. Non so bene come fa, ma capisce che non sono né un bidello né un professore. O forse non lo capisce, e semplicemente reagisce come se appartenessi ad una delle due categorie sopra citate. Cioè urla. Ok, va bene, adesso mi sa che devo correre. Non serve girarsi, li sento sciamare fuori dalla porticina, inferociti dalla mia presenza. Si spronano l’un l’altro al suono di tonanti “vaffancuore” e “faccia da culo da cane da caccia”. Dalle vocine sembrano di prima media, i più cattivi. Perfetto. Io continuo a correre per il sempiterno corridoio, mentre alle minacce si uniscono diari che hanno da tempo superato la capienza di adesivi che mi sibilano accanto. Si sono unite le ragazze. Perfetto. Vedo un bagliore all’orizzonte, è una porta, la porta di lamiera con gli spigoli vivi, una delle ultime barriere rimaste ai bidelli d’oggidì. Sono sempre più vicini, li sento. Manine sudate pronte a ghermirmi. La memoria torna prepotente, e riscopro a cosa serve il marmo nelle hall: scivolo al di là della porta, mi giro di scatto e la chiudo, un attimo prima che la terribile moltitudune ci vada a sbattere contro. Dalla pila di banchi dietro i quali si è barricato, il bidello mi lancia un mocio, che incastro tra le porte. Non resisterà molto, ma senz’altro quel che basta per finire le medie per la seconda e spero ultima volta nella mia esistenza. Non ho nemmeno il tempo di ringraziare il bidello, ma lui in fondo ci è abituato, chi sceglie una vita dura senza un attimo di tregua come la loro non si aspetta niente. Emh, va bè. Mi lancio giù dalle scalette esterne e mi rendo conto di quanto fosse azzardata la similitudine che avevo pensato per le rase. Salvo, per un pelo. Gli eventi non mi avevano ancora permesso di pensare bene a quello che dovevo fare, ma ora che ero riuscito a mettere una cancellata tra me e il sig. - fine quarto episodio - Vi saluto, state bene!! Emesso nell'etere dal There martedì, 25 dicembre 2007 Inconfutabile, la data di questo post ne decide i contenuti. Chi mi conosce, o chi perlomeno mi legge, sa che la mia parvenza di lucidità la perdo sotto Natale, come dire, mi piglia piuttosto bene, e faccio del mio meglio per far ben pigliare chi mi sta intorno. Spesso con l'unico risultato di portare maggior fastidio di quanto non avessero prima le sfortunate vittime per la festività comandata in questione. Ma tant'è. Sembra quasi che sia affar mio, mio personale, e quindi mi comporto di conseguenza. Forse è il compleanno appiccicato subito dopo (anche quest'anno continua ad essere domani, e mi fa troppo ridere sentire gente che mi conosce da un numero considerevole di anni che si stupisce ancora), forse in fondo è l'animo che tira un pò il family movie domenicale (ma solo a dicembre, eh, non ci allarghiamo) ma così è, provo, tento, mi arrabatto per convincere gli altri che si, sono matto, ma non così tanto.
Credo che tra tanti anni, quando sarò più grande (so che fa un casino bambino di 5 anni e mezzo dire "quando sarò più grande", ma è inutile che ci prendiamo in giro, noi siamo bambini di 5 anni e mezzo, perlomeno fino ai trenta, spesso fino ai quaranta, a volte a vita, e se qualcuno di voi non lo è, bè, mi spiace davvero) mi ricorderò di quest'anno qua, il duemilasette. Che se uno si ferma un attimo a pensarci su fa venire in mente il futuro come lo si vedeva negli anni '70, viene in mente che io non dovrei girare con una Punto ma con i retrorazzi, viene in mente che l'unico limite che mi impedisce di andare sulla luna oggi è che per Natale sospendono gli autobus, e invece no. Disdetta. Ma quando coi retrorazzi ci girerò davvero, e perdio se ci girerò, che caspita, e mi capiterà di ripensare all'anno che è quasi finito, lo ricorderò nei minimi dettagli. L'effetto cesoia affilata, il cambio netto, il discrimine tra il prima e il dopo, tipo il crollo dell'impero romano o quelle robe lì. Ovvio che non è che oggi c'è l'impero romano e puf domani zero impero, fiumi di birra e uomini coi baffoni biondi, si dice sempre una data ma i passaggi sono graduali. Bè, diciamo che la mia data simbolica è senz'altro quest'anno. Non saprei dire se io non sono più lo stesso piciu dello scorso 25 dicembre, o tutto l'intorno è diverso, fatto sta che qualcosa è cambiato. Qualcosa? Diciamo pure un sacco di cose. Niente paura, non parto con l'elenco delle cose, non sono ancora caduto così in basso, io e il mio blog abbiamo ancora uno straccio di dignità. Tra l'altro devo sbrigarmi che poi dopo devo mettere nel template l'ultimo adesivo glitteroso strafiko che trovato ics caso, fì, giù di melon. Ma il Natale, come si diceva sopra, becca così. Avrei potuto avere l' hobby dell'intaglio del compensato e magari avrei fatto un candelabro a sette bracci con complicati incastri. E invece pigio tasti. A paglia, sai com'era fico un candelabro? Il Natale, se non altro per il gran numero di tempi morti tra pranzi massacranti e cene massacranti che ti dona, fa pensare. Ti lascia il tempo di guardarti indietro, da fermo, fermissimo, immobile sul divano che sembra essere stato appena ricoperto di loctite. E io, guardando indietro, vedo tutte le cose che ho fatto, quelle che non ho fatto, quelle che sono capitate, quelle che ho fatto capitare. Riesco a vedere le persone che conosco sul lungo periodo, e a trarre conclusioni. Posso apprezzare, come a volte stupidamente non si riesce a fare sempre, le persone che ho di fianco, tutte, nessuna esclusa, che solo per il fatto di essere di fianco significano ben più di qualcosa, per quello che a loro volta hanno o non hanno fatto, per come sono e come non sono più. Posso capire, perfino io, suclone come pochi, quanto dannatamente sia fortunato ad avere una persona così vicino a me. Dannati family movies, mi avete rovinato. Di anni come il duemilasette mi auguro vivamente non ce ne siano poi così tanto spesso, perchè se no ce ne viene davvero una gamba, ma perdio, tiriamo le somme, grazie della visita duemilasette. Spero di cuore possiate passare un Natale lontani per quanto è possibile dal torpore inevitabile, che riusciate a fare quello che vi pare, non escluso odiare e disprezzare il Natale stesso, che in fondo è buono e da il tempo anche per fare quello e che, in sostanza, troviate la voglia, come me, di perdervi nei maliconici e nostalgici discorsi che non portano a niente, così come del resto quasi tutte le cose belle.
BUON NATALE, VA LA'. Vi saluto, state bene!
Ah, e non temete, il poema epico si è preso una piccola pausa, concessa dall'editore allo scribacchino, ma, come dice mia nonna, "l'anno venturo" continuerà di certo. Emesso nell'etere dal There martedì, 11 dicembre 2007
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